Lungo la via Borghese di Bomarzo il Palazzo Orsini Lante Della Rovere

Palazzo Orsini, capolavoro di architettura rinascimentale, sorge a strapiombo su di uno sperone tufaceo, proprio al di sopra del Sacro Bosco di Bomarzo, piccolo borgo medioevale nella provincia di Viterbo; l’imponente edificio, commissionato nel 1519 da Giovanni Corrado Orsini (1476-1535) al grande architetto e pittore senese Baldassarre Peruzzi, nominato in quegli stessi anni coadiutore della Fabbrica di San Pietro, verrà completato solo grazie a Pierfrancesco  Orsini (1523-1583), soprannominato Vicino, grazie al cui impulso, lo stesso Peruzzi, porterà a termine i lavori nel 1535.

L’abitato di Bomarzo, costruito lungo la Valle del Tevere, ha origini etrusche, testimoniate dalla presenza, nelle vicinanze, delle necropoli di Pianmeano e di Monte Casoli; tale importanza decade in epoca romana, per riprendere vigore nel V secolo, quando diventa, a partire dal 487, sede vescovile. Le armate di Totila, a causa della posizione particolarmente favorevole della medioevale Polymartium, che si trova a controllo del Tevere, la invadono, imprigionando il vescovo Anselmo. Nel 590 l’esarca di Ravenna la libera, unendo la sua diocesi a quella di Ferento. 

Bomarzo rappresenta, a quel tempo, un luogo strategico in quanto si trova sulla linea che divide Bizantini e Longobardi; proprio per questo motivo è a lungo contesa per essere, infine, ceduta alla Chiesa, dai re Franchi, nel IX secolo. Viene in seguito fortificata e dotata di un castello nella parte meridionale dello sperone di roccia. La presenza della famiglia Orsini è attestata, nel borgo, dal 1340; il feudo sarà governato da questo casato sino al 1645, anno in cui sarà ceduto da Marzio Orsini a  Ippolito Lante Della Rovere, il quale acquisirà anche l’annessa contea di Chia. Nel 1837 il palazzo passerà nelle mani del principe Poniatoski e, successivamente, diverrà proprietà dei Borghese; nel dopoguerra sarà acquisito dal comune. 

Tornando agli Orsini, in particolare a Gian Corrado e a suo figlio Vicino, si può affermare che si faranno  promotori della trasformazione di quello che un tempo era stato un castello in palazzo e della riqualificazione dell’area verso ovest, comprendente un giardino all’italiana e il Sacro Bosco, oggi conosciuto con il nome di Parco dei Mostri, complesso monumentale, unico nel suo genere, realizzato nel 1560 all’interno di un anfiteatro naturale. Questo luogo è caratterizzato da un’atmosfera davvero suggestiva e ricca di significati magici, così come volle il suo ideatore, Vicino Orsini, uomo eclettico e grande appassionato di alchimia.

Giovanni Corrado Orsini, vedovo di Lucrezia Anguillara, sposò in seconde nozze, nel 1520, Clarice degli Orsini di Monterotondo; egli aveva ricevuto già dal 1502, in eredità dal padre Girolamo,  il feudo di Bomarzo e a partire dal 1519 si era adoperato per trasformare il castello, incaricando, a tale scopo, il grande pittore e architetto di origine senese, Baldassarre Peruzzi; l’artista progettò  la prima ala  del nuovo palazzo, arricchita da un cortile, da una loggia e da una scala. Era stato, dunque, stipulato un contratto che prevedeva la demolizione dell’edificio preesistente e la costruzione di questi nuovi ambienti collocati vicino la chiesa di Santa Maria Assunta; tra il 1520 e il 1521 furono realizzati il seminterrato e il piano terreno, mentre nei due anni successivi furono portati a compimento i locali sino al mezzanino. Le opere di scalpello riguardanti il primo piano, messe in opera tra il 1520 e il 1524 furono affidate a Pier Domenico Ricciarelli, mentre i lavori dei mezzanini e del cornicione a Giovanni da Morco . 

Al di sotto del palazzo e del Borgo fu acquisita un’ area molto vasta da trasformare in  un giardino con terrazze degradanti verso valle , collegate ad un nuovo sistema viario, ideato dal Peruzzi. 

Nel 1526 la nuova ala si presentava ancora incompiuta; fu  completata soltanto dopo la morte di Gian Corrado Orsini, sopraggiunta nel 1535. Dopo quella data seguirono vivaci discussioni ereditarie, che videro la vittoria di Vicino Orsini, favorita dal potente cardinale Alessandro Farnese; la controversia si concluse, in effetti, con il matrimonio, celebrato nel 1544, con  Giulia, figlia di Galeazzo Farnese. Ebbe inizio, così, la seconda fase di lavori, durante i quali venne creata la facciata del nuovo corpo di fabbrica orientata verso sud-est, facciata caratterizzata da elementi molto particolari, come le bugne in peperino dei due portali, al centro dei quali è presente una finestra con cornice in bugna e con concio in chiave tipicamente manieristico, sovrastata da un cartiglio. 

Vicino Orsini fece realizzare al primo piano dell’ala antica il proprio appartamento chiamato della Galleria, attualmente residenza comunale, ampliato dopo la dipartita della moglie, tra il 1560 e il 1583; in questo periodo a Bomarzo lavorarono lo scultore e architetto Francesco Moschino e un gruppo di scalpellini di origine toscana. Gli ambienti erano utilizzati in questo modo: il seminterrato come cucina e per i diversi servizi, il pianterreno era destinato ai rapporti con il pubblico e all’esercizio della giustizia, il primo piano ad uso privato; il palazzo fu anche dotato di due terrazze, poste ad est e a ovest, aperte verso il paesaggio circostante.  

Nel 1645 la proprietà venne acquisita da Ippolito Lante della Rovere (1618-1688), figlio di Marcantonio Lante e di Lucrezia della Rovere; lo stesso, un anno dopo ottenne anche il titolo di Duca di Bomarzo. Tali privilegi, insieme alla villa di Bagnaia,  gli furono concessi da papa Urbano VIII, in cambio di una parte del giardino che circondava Villa Lante a Roma, utilizzata per far posto alla costruzione delle nuove mura gianicolensi. 

Diversi i lavori che furono eseguiti su sua committenza; fu sistemato lo scalone di accesso ai piani superiori, dove, sul pianerottolo del piano nobile, furono inseriti, il suo stemma, rappresentato da una Quercia e quello della famiglia di sua moglie, Cristina d’Altemps, e cioè, un Capro saliente. L’intervento più importante e significativo riguardò la realizzazione e la decorazione del vasto salone al piano nobile, con l’affresco raffigurante una Allegoria della Guerra e della Pace, attribuito a Lorenzo Berrettini, nipote e collaboratore di Pietro da Cortona. Lorenzo Berrettini realizzò queste decorazioni a partire dal 1660, giungendo a Bomarzo, forse, grazie al tramite di Camillo Arcucci, chiamato da Ippolito Lante della Rovere a risolvere alcuni problemi strutturali del palazzo che tendeva a cedere verso valle. 

Alcuni studiosi, operando un raffronto tra gli affreschi nel salone di Bomarzo e quelli realizzati da Pietro da Cortona, che rappresentano le Quattro età dell’Uomo, nella Sala della Stufa a Palazzo Pitti, hanno riscontrato diverse analogie; attraverso il confronto tra le opere del grande maestro cortonese, realizzate a Firenze su commissione del Granduca Ferdinando I, e quelle di Lorenzo Berrettini per il palazzo di Bomarzo, si può ipotizzare che quest’ultimo, influenzato dal celebre esempio, avesse creato, non tanto un’allegoria della Guerra e della Pace, quanto, piuttosto, un’opera legata all’avvicendarsi di quattro mitiche stirpi dell’uomo, dalla felice età dell’oro alla più buia età del ferro. La parte centrale dell’affresco a Bomarzo vede protagonista Giove, il quale incarna perfettamente il ruolo di regolatore dell’universo; nella parte inferiore, ai bordi della volta, vengono illustrate le Quattro Età dell’Uomo.

Il tema si sviluppa a partire dall’Età dell’Oro dipinta  sul lato settentrionale, e incarnata dalla figura di Saturno, raffigurato alato e con la falce simbolo di morte, ma allo stesso tempo del lavoro agricolo. 

Molti i punti in comune con quanto realizzato da Pietro da Cortona a Palazzo Pitti: entrambe le scene sono rappresentate all’interno di un ambiente idilliaco ed incontaminato, in un paesaggio agreste dominato dalla pace e dalla serenità, simbolo di quest’età così feconda per l’umanità ed, inoltre,  elemento comune è la presenza del leone mansueto, animale che deriva dalle Bucoliche di Virgilio in cui è scritto che nell’età di Saturno “ le mandrie non temeranno i vigorosi leoni”.

Sul lato occidentale dell’affresco è rappresentata, poi, l’Età dell’Argento, caratterizzata dalla presenza di una tettoia sotto la quale trova riparo una giovane donna che protegge il suo gregge, proprio a rappresentare il momento in cui, in seguito alla cacciata di Saturno nell’oscurità del Tartaro, la terra divenne dominio incontrastato di Giove; egli divise l’anno in quattro stagioni e così fu necessario costruire ricoveri per contrastare l’arsura estiva e il gelo invernale. Anche in questo caso diversi gli elementi in comune con quanto rappresentato a Palazzo Pitti, dove, comunque, le stesse scene sono descritte in modo più particolareggiato. 

Sul lato meridionale dell’affresco segue la rappresentazione dell’Età del Bronzo che presenta al centro  un imperatore, coronato di alloro nell’atto di porgere due corone ai suoi guerrieri più fedeli. Il condottiero, posto a destra, è sicuramente il committente dell’opera e cioè Ippolito Lante della Rovere, come si può intuire dallo stemma sullo scudo; alle spalle del signore di Bomarzo, su di un cumulo di armi, è un  barbaro sconfitto insieme alla sua compagna. Lorenzo Berrettini ripropose qui fedelmente ciò che il maestro cortonese aveva realizzato a Firenze nella Sala della Stufa, anche se disponendo in modo diverso gli elementi compositivi; non si volle rappresentare un’età buia e selvaggia ma, piuttosto, il prevalere dell’ordine sugli aspetti più cruenti presenti nell’età bronzea. Sul lato orientale è raffigurata, infine, l’Età del Ferro, contraddistinta, sia a Bomarzo che a Palazzo Pitti, dalla ferocia e dalla violenza. 

Al centro della scena di Palazzo Orsini vi è un soldato intento a fuggire con il bottino, a destra un uomo sta per colpire con una mazza di ferro un altro uomo disteso a terra inerme, mentre a sinistra una donna sta per essere uccisa con il suo bambino. Questa scena ben riflette l’immagine di una società preda della malvagità e della guerra, dove è viva, nonostante tutto, la speranza di un ritorno alla splendente Età dell’Oro. 

 

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