Il libro è costituito da una serie di saggi scritti da Aby Warburg (1866 – 1929), storico dell’arte e della cultura, e riuniti, nel 1932, all’interno di un’edizione postuma dalla sua assistente Gertrud Bing (1892 – 1964), storica dell’arte tedesca, per essere tradotti in italiano nel 1966.
Considerato uno tra i più influenti studiosi di immagini prodotte nel Rinascimento, con particolare riferimento al primo Quattrocento, Aby Warburg trasformò per sempre il modo di intendere la storia dell’arte, divenendo il fondatore di un importante filone nel campo degli studi artistici: l’Iconologia.
. Abraham Moritz Warburg, il suo vero nome, nacque ad Amburgo da una facoltosa famiglia di banchieri di origine ebrea.
Il suo destino doveva essere quello di prendere le redini dell’impresa paterna, ma il demone dello studio e dell’arte lo convinse a lasciare tutto nella mani del fratello minore Maximilian a cui chiese, soltanto, di rifornirlo dei libri di cui avrebbe avuto bisogno.
La sua formazione ebbe inizio a Bonn con Karl Lamprecht (1856 -1915) e Carl Justi (1832 – 1912) per proseguire a Strasburgo con Janitschek 81846 – 1893). A Strasburgo egli divenne dottore con una tesi sui dipinti mitologici di Sandro Botticelli; il suo primo viaggio, intrapreso tra il 1888 e il 1889 a Firenze, rappresenta l’inizio di un rapporto privilegiato con l’arte italiana.
Per Warburg la lettura e l’interpretazione di un’opera d’arte non potevano essere ridotte ad una sola questione formale, essendo questo un approccio davvero limitante; le immagini, secondo il suo pensiero, erano veicoli di profondi significati collegati alla cultura e alla memoria della società all’interno della quale erano state realizzate.
Warburg andava alla ricerca della complessità che si celava dietro un’immagine pittorica, con l’intento di comprendere efficacemente le ragioni della sua genesi e del perché un artista avesse adottato determinate scelte.
Spostandosi negli Stati Uniti egli entrò in contatto con diversi antropologi appassionandosi a questa disciplina.
Lo studioso si convinse del fatto che le immagini dovessero avere una sorgente antropologica comune a tutte le latitudini e a tutte le epoche, e che quindi la continua ripresa di forme, come quelle che passano dall’arte classica al Rinascimento, avesse uno stesso fondamento, insito nella mente dell’uomo.
Uno dei lasciti più importanti di Aby Warburg fu la Warburg Bibliothek che comprende, oltre che libri, anche una delle più ricche raccolte al mondo di fotografie di monumenti.
Tra il 1933 e il 1934, dunque dopo la morte dello storico dell’arte, essa fu trasferita, in maniera clandestina a Londra per sfuggire alla Germania nazista, dal direttore Fritz Saxl (1890 – 1948), storico dell’arte austriaco. La Biblioteca fu sistemata presso il Courtald Institute dell’Università di Londra alla quale fu incorporata ufficialmente nel 1944, divenendo Warburg Institute.
Il testo che analizzeremo in questo articolo può essere considerato uno dei più importanti nel campo della critica d’arte in quanto ha aperto lo studio, da sempre associato a temi strettamente legati alla singola opera d’arte e che rimanevano circoscritti ad essa, all’esplorazione di nuovi ambiti della cultura, come quelli legati all’antropologia, alla storia delle religioni e alla filosofia.
Il volume si concentra sul tema della sopravvivenza del mondo classico (Nachleben der Antike) nella cultura occidentale, in particolare nel Rinascimento, e si occupa di indagare il modo in cui il linguaggio artistico dal XIV al XVII secolo ha fatto propri i motivi iconografici dell’antichità greco – romana, reinterpretandoli.
Il libro inizia con un saggio dedicato all’analisi, da parte di Warburg, di due fondamentali dipinti di Sandro Botticelli: si tratta della Nascita di Venere e della Primavera. Il lavoro si è concentrato sul mettere a confronto le due opere con le corrispondenti idee della letteratura poetica e delle teorie estetiche del tempo. In tal modo lo studioso ha posto in evidenza quali fossero gli elementi antichi che maggiormente attirarono l’attenzione degli artisti del Quattrocento.
Si è così compreso che questi ultimi vedessero negli antichi un modello che richiedeva un movimento esterno molto intenso e che si appoggiassero a modelli antichi ogni volta fosse necessario rappresentare il moto fisico attraverso l’utilizzo di fogge e capigliature.
Botticelli nel raffigurare i capelli e gli abiti mossi dal vento delle fanciulle dei suoi due dipinti, ebbe come ispirazione le ninfe classiche, come quelle presenti nei bassorilievi romani e greci o nella letteratura dell’epoca.
Prendendo come esempio le Metamorfosi di Ovidio, la bellezza è qui rappresentata dalla fugacità, da quello cioè che appare velocemente e nello stesso modo scompare. Warburg si rende conto che una figura come la ninfa è comune sia ai mezzi espressivi usati in letteratura sia a quelli artistici; l’immagine non è una mera traduzione del testo, quanto piuttosto testo e immagine possiedono una medesima sensibilità.
Un saggio molto interessante contenuto all’interno del libro è quello che si concentra sull’Arte italiana e astrologia internazionale nel Palazzo Schifanoia di Ferrara. Qui Warburg pone l’attenzione sul concetto di astrologia legato alla superstizione, sempre nell’ambito dell’influsso degli antichi nella civiltà artistica del primo Rinascimento.
Nell’arte nordica del Medioevo l’interesse per gli antichi e per la civiltà classica era molto forte e si esprimeva attraverso dei manuali illustrati di mitologia rivolti sia ai pittori che agli astrologi.
In Germania, agli inizi del Quattrocento, divennero celebri i calendari, espressione dell’arte grafica medievale. Questi calendari, pur contenendo in apparenza innocue scene di genere, erano utilizzati come libri oracolari.
Il Palazzo Schifanoia a Ferrara è un perfetto esempio della duplice maniera di raffigurare le divinità greche sia a sfondo mitologico che a sfondo astrologico.
Gli affreschi dei Mesi a Palazzo Schifanoia mostrano, accanto alla raffigurazione di divinità greche, anche elementi di derivazione araba e indiana.
Un altro saggio, sempre redatto da Aby Warburg e dal titolo “L’ingresso dello stile ideale anticheggiante nella pittura del primo Rinascimento”, prende in esame il confronto tra L’Arco di Trionfo di Costantino a Roma, nel quale si celebra la vittoria di Costantino su Massenzio, e l’affresco della scuola di Raffaello in Vaticano che rappresenta quella stessa vittoria.
Lo studioso evidenzia il fatto che le due opere, pur essendo distanti tra di loro 1200 anni, vanno considerate insieme in quanto la battaglia di Costantino della scuola di Raffaello è debitrice “del suo nuovo stile di movimento eroico” al rilievo dell’Arco di Costantino.
Il compito di Warburg, in questo scritto consiste, nel dimostrare che il nuovo stile patetico all’antica non subentrò quale semplice risultato finale della nuova civiltà classica ma questo avvenne soltanto dopo un difficile periodo di assestamento con la pittura realistica del Quattrocento.
A tal proposito viene menzionato il celebre caso del ciclo di affreschi realizzati da Piero della Francesca nella chiesa di San Francesco ad Arezzo riferibile alla leggenda della Vera Croce e alla battaglia di Costantino in particolare; proprio nella rappresentazione di questa battaglia l’artista sembrava opporre una forte resistenza all’irruzione dello stile patetico.
La rinascita del paganesimo antico
di Aby Warburg
nell’edizione di La Nuova Italia, 2000
438 pagine
25,20 €
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La rinascita del paganesimo antico di Aby Warburg.
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